Di questa come di altre notti

E poi ci sono notti
lastre di un nero brillante
dove non puoi fare altro
che osservarti riflesso in quel che sei diventato.

Puoi smettere di piangere
quello sì
ma alla luce delle stelle
a quella non riuscirai a nasconderti.

E così ti lasci trasportare
immobile nel tempo
davanti la tua stessa carne invecchiata
davanti a chi avresti voluto essere.

La strada

Immagina.
Dell’asfalto sotto i tuoi piedi ne percepisci temperatura e consistenza.
Freddo e ruvido.

L’acqua pungente della pioggia prende spazio attorno a te sciogliendo in sfumature accennate gli alberi lungo la strada. Tutt’intorno il nulla. Forse vapore. Non riesci a vedere e forse non importa.
L’orizzonte è quel punto d’incontro tra il grigio del cielo ed il grigio dell’asfalto. L’orizzonte è la proiezione all’infinito del tuo corpo. Tra il tuo corpo bagnato e la sua proiezione non c’è solo l’asfalto e non ci sono solo gli alberi. Non c’è solo la pioggia. E non c’è solamente l’aria. Osserva.

O meglio, immagina.

Distesi. Immobili. Evaporati di un’anima esangue, come afoni feti dimenticati dagli occhi, ammassi di un io mancante.

La scelta

Mancano quaranta minuti. Adesso anche meno. Il confine tra gli alberi ed il cielo, aldilà del vetro, trasla di nuvola in nuvola accompagnato da un vento invisibile. Più vicino ai miei occhi, ma ancora distante dalle mie mani protese al verbo, una barriera di ferro battuto impedisce al mio corpo di liberarmi da una scontata esistenza fisica. Mancano meno di trentadue minuti. Al di qua del vetro lunghe ciglia tornate alla vita separano l’aria dalla voglia di essere luce ed ancora più vicino il mio braccio formicola di un’insana salute. Ventisei minuti e qualche secondo ancora. Il vento si fa forte di se stesso. Probabilmente ha intuito il pensiero degli occhi e della pelle, delle ali e della fierezza. Probabilmente ha sfiorato il petto abbondante del sole prima di ritornare carico di pioggia e violenza, di lacrime e pietà. Diciannove minuti. Il tempo si restringe su se stesso. Aldilà del vetro, oltre la barriera di ferro battuto, in bilico tra l’esistenza e la vita, il mio corpo alato, magnifico si erge al tutto. Se potessi seguirlo, lo farei? Piango e non rispondo. Lo osservo. Restano quattordici minuti. Tredici. Uno spasmo. La tensione forte di miliardi di fibre e non sono più uomo, ma desiderio. Poco più di dieci minuti e l’unico diamante che mi rimane è il riflesso della mia nuova esistenza negli occhi asciutti.

Mancano sei minuti. Vivo in due corpi distinti. Uno nella luce e l’altro nel nulla. Uno nella vita e l’altro in ciò che mi circonda.

Quattro minuti. Tre.
Due.
Uno.

Nulla più. Mi manco.